Re Lear


Cooperativa TEATRO GHIONE – Roma

presenta

Re-Lear-di-William-Shakespeare-Giuseppe-Pambieri

Giuseppe Pambieri

in

RE LEAR

di William Shakespeare

e con

Andrea Zanforlin – Antonio Rampino – Massimiliano Vado
Giuseppe Bisogno – Mauro Racanati – Francesco Maccarinelli
Francesca Annunziata – Claudia Campagnola – Silvia Siravo
Guenda Goria – Stella Egitto

Scene Lida De Benedittis
Costumi Daniele Gelsi
Actor coach Giuseppe Bisogno
Luci Luca Palmieri

Assistente alla regia Letizia Barbini – Assistente ai costumi Roberto Conforti
Assistente alle scenografie Marco Balsamà – Direttore tecnico Gianni Bernacchia
Audio Fabrizio Ciccolini – Assistente al palcoscenico Matteo Palmieri
Fonico di palco Gianluca Cioccolini – Sarta Sabriba Solimando

Regia di

Giancarlo Marinelli


Giuseppe Pambieri incontrerà  il pubblico al Bar Pizzeria “Titus”, in Piazza Plauto, dalle ore 18 alle ore 19.
Durata dello spettacolo: due atti per complessivi 135 minuti, più l’intervallo.


Personaggi e interpreti

Re Lear > Giuseppe Pambieri
Duca di Cornovaglia > Andrea Zanforlin
Duca di Albania > Antonio Rampino
Conte di Kent > Massimiliano Vado
Conte di Gloucester > Giuseppe Bisogno
Edgar > Mauro Racanati
Edmund > Francesco Maccarinelli
Osvald > Francesca Annunziata
Il buffone > Claudia Campagnola
Goneril > Silvia Siravo
Regan > Guenda Goria
Cordelia > Stella Egitto


La storia d’amore più grande che si possa raccontare è solo una: quella tra un padre e una figlia. E “Re Lear” è questo. Per tre volte. Visto che ha tre figlie. In fondo, che cosa fa il Lear? Vuole spogliarsi di tutto: del governo, del potere, di ogni questione terrena e tenebrosa, per fare solo e definitivamente il padre.
Non vuole più essere Re. Ma solo Lear. Andare incontro alla Morte come un uomo che, tornato a casa dal lavoro e sfinito ai crucci, va incontro alla sua bambina che l’ha aspettato per tutto il giorno. Questo vorrebbe Padre Lear. Godersi quel momento feroce e dolcissimo della vita in cui la Figlia diventa la Madre di suo Padre. Capita a tutti. Prima o poi. Diventiamo i genitori dei nostri genitori. Ma la trappola del Bardo è in agguato. Goneril, Regan e Cordelia, (sì, anche Cordelia), non vogliono essere Madri. Vogliono essere Padri. E Padroni. Vogliono sostituire il Re senza soluzioni di continuità. Né di virilità. Si sposano e sotto-mettono i mariti con “i fegati da latte”, costringendoli a tradimenti, misfatti, guerre. Dal Gioco alla Tragedia.
Nessuno va più incontro alla Morte. È la Morte che va incontro a tutti. È sempre e solo un problema di ruoli. Ciò che smettiamo di essere e che vogliamo continuare ad essere (Lear desidera essere ancora e solo il Re delle figlie; le figlie non vogliono più essere bambine, ma fingono di esserlo per strappare lo scettro al padre). Ciò che non siamo mai stati e che vorremmo essere, (il Bastardo Edmund). Ciò che siamo e che non siamo mai felici d’essere, (il Legittimo Edgar). L’amore che siamo per qualcuno, (Edgar per Gloucester, Kent per Lear), e la vergogna che siamo per qualcun altro, (Edmund per Gloucester e Gloucester per Edmund).
“Tutti ad una certa ora della vita siamo l’amore per qualcun altro”, ha scritto Renato Simoni, che per il Bardo tanto ha fatto. Ma se sbagli l’ora, anche solo di un minuto, tutto il resto è perduto. Anzi: è silenzio.

Giancarlo Marinelli


re_lear-mazzuccoLa storia di
Re Lear
Raccontata da Melania G. Mazzucco
Illustrazioni di Emanuela Orciari
Scuola Holden, “Save the story
La biblioteca di Repubblica-L’Espresso

…da dove viene questa storia?
La storia di Re Lear e delle sue tre figlie viene da molto lontano.
Dalla notte dei tempi, si potrebbe dire.
Per darvi un’idea: il Re visse negli anni in cui Romolo tracciò con l’aratro il solco sul colle Palatino, quando Roma era ancora un campo dove pascolavano le pecore. Figuratevi la Britannia. Fatto sta che quella storia la raccontarono un po’ tutti. I menestrelli alle corti dei principi, le nonne davanti al camino. Divenne una favola da raccontare ai bambini di tutto il continente: c’era una volta un re che aveva tre figlie…
Passò il tempo. La gente non credeva più alle favole, ma solo alle storie realmente accadute. Allora gli scrittori si ricordarono di ricordare che era tutto vero. I loro nomi non vi dicono niente, ma io ve li dico lo stesso. Geoffrey di Monmouth la scrisse in latino, Raphael Holinshed, John Higgins ed Edmund Spencer in inglese.
Nelle loro pagine, Lear si chiamava Leir, o Leire, Cordelia Cordeilla, o Cordila, e il duca di Cornovaglia Henuinus, comunque erano sempre gli stessi personaggi. Alla fine, Re Lear tornava sul trono (anche se per poco, perché poi moriva), e Cordelia diventava regina (anche se per poco, perché poi veniva spodestata anche lei).
La storia era di tutti e non apparteneva a nessuno. Chiunque voleva, la prendeva e la raccontava a modo suo. Qualcuno faceva morire Cordelia suicida in carcere, ma anni dopo la fine della vicenda, quando era regina di Britannia. Le sorelle maggiori erano sempre cattive, ma il re non perdeva la ragione e matti non ce n’erano.
Poi venne un attore che si chiamava Shakespeare.
Come attore non era una stella, ma come narratore di storie per il teatro era insuperabile.
Vide la brutta commedia di un suo contemporaneo, che si chiamava “La vera storia di Re Lear” , e pensò che non funzionava. Lesse il romanzo di un certo Philip Sidney, che raccontava la storia di un vecchio cieco tradito dal figlio bastardo e salvato dal figlio buono, e gli piacque.

Poi capì che in questa barbara vicenda di re, conti, principi e principesse, mancava il coro, cioè una persona semplice, che dicesse parole in cui gli spettatori potessero riconoscersi, insomma la verità: e s’inventò il clown matto col berretto a sonagli.
Allora mise insieme Lear, Gloster e il clown, e riscrisse tutto.
Raccontò Re Lear a modo suo, e lo fece così bene e con parole così giuste che, dopo, quella storia divenne sua, e nessuno si azzardò a raccontarla di nuovo. Se uno voleva raccontare Re Lear , doveva prendere la sua versione.
Con tutte le sue assurdità – la tempesta, i travestimenti, i matti, le lettere, il veleno e le spade.
Da allora, Re Lear ha avuto un’infinità di rappresentazioni, traduzioni, riduzioni, e adattamenti. In teatro, i registi tagliavano o spostavano qualcosa. Lear era una donna, Cordelia il Matto, la Britannia un circo, e via rielaborando. Ma nessuno si è azzardato a riscrivere Re Lear , per timore che lo spettro di Shakespeare giustamente indignato risorgesse dalla tomba per sfidare lo scellerato impostore e trafiggerlo, proprio come fa Edgar con Edmund. Né io mi sarei azzardata a provarci se il conte Edgar non mi avesse messo la pulce nell’orecchio. “Ormai mi hanno tirato dentro quella storia”, insisteva, “ne ho passate di tutti i colori, sono diventato vecchio, e mi hanno pure convinto che il senso della vita è diventare grandi – cioè fare esperienza e comprendere la natura degli esseri umani. Lasciatemelo spiegare ai nipoti e ai nipoti dei nipoti.” “Ridatemi l’ultima battuta della tragedia che il duca di Scozia mi ha usurpato, lasciatemi spiegare come andò a finire.” “Perché la dolce Cordelia deve morire? Che senso ha?” “Ma lo sapete che non è vero niente? Che si inventò tutto Shakespeare perché gli serviva un finale a effetto e l’attore che interpretava Lear voleva morire in scena col cadavere della figlia tra le braccia per conquistare gli applausi del pubblico?” “Cordelia cresce, come me, soffre, lotta, e alla fine diventa grande, è una ragazzina ingenua e diventa una regina: è questo il senso di tutto.”
Per farvela breve, alla fine l’ho lasciato raccontare.
E la sua storia è questa.

Melania G. Mazzucco


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