L’Avaro

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Spettacolo audiodescritto
per non vedenti
e ipovedenti


Cooperativa TEATRO GHIONE – Roma

presenta

Edoardo Siravo

in

L’AVARO

da Tito Maccio Plauto

traduzione e adattamento di Michele Di Martino

con

Stefania Masala, Martino D’Amico, Lucio Ciotola
Gabriella Casali, Enzo D’Arco, Francesco Maccarinelli

Musiche originali Francesco Verdinelli
Costumi Daniele Gelsi
Scene Lisa De Benedittis
Direttore dell’allestimento Peppe Sabatino

Regia di Nando Sessa


Personaggi e interpreti
Cacastecchi: Edoardo Siravo
Grappaccia: Stefania Masala
Freccetta: Martino D’Amico
Miraglione: Lucio Ciotola
Baccagliona: Gabriella Casali
Pollastriere: Enzo D’Arco
Stellone: Francesco Maccarinelli


Durata dello spettacolo: circa 1 ora e 20 minuti, atto unico


E’ la vivacità drammatica, unita all’essenzialità dello svolgimento, a caratterizzare l’Aulularia, vale a dire la commedia della pentola d’oro: dominante è la figura dell’avaro, interpretato da Edoardo Siravo, certamente uno dei personaggi più riusciti di Plauto e più imitati nei tratti caricaturali, preso a modello, tra gli altri, da Shakespeare e Moliere.
Con la sua maniacale ossessione l’avaro dà vita a tutta la vicenda, mentre la beffa ordita dal servo alla fine si ricompone e lo stesso protagonista, rinsavito dalla sua funesta “malattia”, congeda gli spettatori con un invito ad essere generosi e a non scherzare mai con l’avarizia.
La commedia, diretta da Nando Sessa,  è sostenuta da ritmi incalzanti, con il gusto per il “botta e risposta”, per battute sapide e frizzanti che rendono più divertenti i sottintesi dei dialoghi.
Alla stimolante “sensualità” lessicale plautina, al gusto per i doppi sensi, i giochi di parole e gli equivoci, cerca di intonarsi la traduzione e l’adattamento di Michele Di Martino, con una significativa e singolare scelta di frasi e parole dell’originale latino, recitate dagli attori e scandite in metrica nelle parti cantate: sarà pure questo latine loqui, parlare in lingua latina, un modo per rivivere, ancora oggi, la grandezza del mondo classico, per risalire il fiume dei segni che ci arriva dalla civiltà di cui siamo eredi diretti.

 

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